Micron Document
██████╗ ███████╗████████╗██╗██████╗ ███████╗██████╗ ██╗ █████╗
██╔══██╗██╔════╝╚══██╔══╝██║██╔══██╗██╔════╝██╔══██╗██║██╔══██╗
██████╔╝█████╗ ██║ ██║██████╔╝█████╗ ██║ ██║██║███████║
██╔══██╗██╔══╝ ██║ ██║██╔═══╝ ██╔══╝ ██║ ██║██║██╔══██║
██║ ██║███████╗ ██║ ██║██║ ███████╗██████╔╝██║██║ ██║
╚═╝ ╚═╝╚══════╝ ╚═╝ ╚═╝╚═╝ ╚══════╝╚═════╝ ╚═╝╚═╝ ╚═╝


🬧 The NomadNet Encyclopedia | Archives | Info
- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b- `b

🔍 Search

¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯

Elitismo
──────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────
top
Lmwaw'mwbaelitismo è una teoria mwbqpolitica basata sul principio secondo il quale il mwbgpotere politico sarebbe sempre in mano a una minoranza che governa l'intera mwbwsocietà.

Si fonda sul concetto di mwcqmwcgélite, dal latino mwcweligere, cioè "scegliere" (quindi "scelta dei migliori"); secondo tale impostazione le diverse mwdaforme di governo sebbene basate su principi di volta in volta diversi, e solo apparentemente contraddittori sotto diversi aspetti, lasciano intatta la struttura della società che vede una mwdqmwdgleadership concentrata sul potere di una minoranza organizzata.

Contents

Note

──────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────────

Presupposti ideologici

Il punto di forza dellmweg'mwewélite è nell'atomizzazione della mwfamassa. Secondo l'elitismo la massa è confusa, dispersa e incapace di organizzarsi. Su questo caos si fonda la forza dellmwfq'mwfgélite, che è invece organizzata e in questo modo ottiene e mantiene il suo potere. C'è dunque una critica verso la mwfwdemocrazia, ma non è una critica che scaturisce da un giudizio di valore, bensì una critica quasi ontologica: la democrazia, semplicemente, non può esistere, poiché il popolo non ha le capacità di autogovernarsi e nel momento in cui si organizza esso porta automaticamente unmwga'mwgqélite a prendere il potere. Si parla di a-democraticità dell'elitismo, non di anti-democraticità.

Per forza di cose, gli elitisti criticano anche la visione del mwgwliberalismo basato sulla mwhaseparazione dei poteri (appunto perché il potere è invece monopolizzato) e criticano il mwhqsocialismo perché ritengono che la società – ben lungi dall'essere divisa in mwhgclassi – sia frammentata e atomizzata. La visione elitista si contrappone infine radicalmente a quella del mwhwpluralismo: quest'ultimo infatti ritiene che il potere sia largamente distribuito (e non monopolizzato) tra gruppi che si equilibrano (senza quindi formare mwiaélite).

Al momento della sua nascita la teoria dell'elitismo (seppur di matrice scientifica) era connotata da una forte valenza ideologica, in contrapposizione con le teorie della democrazia radicale e con il mwjamarxismo. Il fatto che i governanti fossero minoranza e i governati maggioranza non è una cosa nuova (lo stesso mwjqSaint-Simon lo afferma); l'elitismo però conferisce dignità scientifica a questa costante storica già osservata. Il fenomeno è proposto come qualcosa di ineluttabile nella storia della politica: i vecchi modi di considerare il governo (tripartizioni di mwjgAristotele e mwjwMontesquieu e bipartizione di mwkaMachiavelli) sono considerati, secondo questa visione, obsoleti: sostanzialmente il mwkqsistema politico si fonda sempre sulla mwkgdicotomia massa-mwkwélite ed il suo metodo di governo andrebbe declinato secondo i dettami della mwlascuola realista.

La "scuola italiana"

Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto

Gli studiosi italiani del primo mwmaNovecento, come mwmqGaetano Mosca e mwmgVilfredo Pareto, furono i fondatori dell'elitismo (si parla di scuola elitista italiana).

Mosca, che usava il termine "classe politica" per riferirsi allmwna'mwnqélite, propose il "criterio delle tre C" per descrivere il funzionamento dei detentori del potere:

• consapevolezza; i membri della classe politica sono infatti consapevoli delle loro comuni posizioni politiche, sociali ed economiche e dello stato frammentato della massa;
• coesione; a differenza delle masse, i membri della classe politica si alleano e si organizzano;
• cospirazione; i membri della classe politica mascherano il loro governo sulla massa, nascondono il fatto che vi sia unmwog'mwowélite al potere.

La riflessione di Mosca condotta in mwpqElementi di scienza politica(mwpg1896) descrive il fenomeno elitista in questo modo:

«Fra le tendenze e i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno ve n'è la cui evidenza può essere a tutti manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone, quella dei governanti e l'altra dei governati. La prima, che è sempre la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti; mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che all'utilità dell'organismo politico sono necessari»

Pareto, che razionalizzò la teoria elitista anche in mwqqlogica e in mwqgmatematica, riteneva che i membri delle mwqwélite fossero davvero i membri migliori di una società e fossero quindi legittimati a governarla. Per questo egli utilizza il termine "aristocrazia". A differenza di Mosca ritiene che il potere non sia monopolizzato da una sola mwraélite, ma che in ogni ambito della società (in ogni sua sotto-struttura) vi sia unmwrq'mwrgélite: in ambito economico, culturale, militare e così via. Pareto, riprendendo una differenziazione già compiuta dal Machiavelli, distingue inoltre tra unmwrw'mwsaélite di leoni e unmwsq'mwsgélite di volpi. I primi usano la coercizione, la forza (la mwswmacht) per comandare; i secondi usano la persuasione e il mascheramento (la mwtaherrschaft). Alla lunga sono le mwtqélite di volpi a perdurare, perché il loro potere poggia su una legittimità più stabile e duratura. Più che dai problemi di formazione e di costituzione delle mwtgélite, Pareto è tuttavia interessato a come le mwtwélite vengono sostituite da altre mwuaélite. A suo parere esse non sono infatti destinate a durare nel tempo, ma a essere sostituite; la storia è "cimitero di mwuqélite".

Robert Michels

mwvaRobert Michels fu il più controverso tra gli elitisti, ma i suoi studi diedero anche la prova dell'esattezza della tesi elitista. Allievo di mwvqMax Weber, fu socialista e membro del mwvgPartito Socialdemocratico di Germania, nella corrente mwvwanarco-mwwasindacalista. Tuttavia, nel suo studio mwwqSociologia del partito politico (1912), egli afferma che persino nel mwwgpartito mwwwsocialdemocratico ci sono mwxaélite che comandano, perché ovunque vi sia organizzazione vi è anche oligarchia. È l'organizzazione stessa che produce oligarchia, è nel momento stesso in cui si tenta di dare ordine sociale al caos della massa che tende a prevalere unmwxq'mwxgélite. Lo studio di Michels, riscontrabile poi in molti altri partiti storici (anche se è stato poi criticato e rivisto in seguito) mostra poi come le oligarchie partitiche finiscono per diventare più moderate delle masse che rappresentano, diventano classiste e gelose del loro potere, si imborghesiscono e portano il partito alla moderazione e all'allontanamento dalle mwxwideologie radicali di partenza. Michels si avvicinò poi al mwyafascismo nell'ultima parte della sua vita, che trascorse in mwyqItalia. La tesi di Michels è stata denominata "mwyglegge ferrea dell'oligarchia": "mwywL'organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori. Chi dice organizzazione dice mwzaoligarchia".

Elitismo e fascismo

Traspare dagli autori dell'elitismo della prima metà del Novecento un certo timore per il socialismo egualitario; si ha il sentore che la società stia correndo verso l'egualitarismo (percepito perciò da questi come un valore negativo) e si sente il bisogno di porre un freno all'iperdemocraticismo. Nella società si stanno affermando le istanze del darwinismo politico che inducono a considerare la politica secondo una visione ristretta. Le stesse rivoluzioni vengono spiegate e interpretate in chiave elitista: esse non sono altro che la sostituzione della classe dirigente; il popolo è solo strumentale a questa dinamica, le masse sono uno strumento di manovra in mano alle élite politiche in ascesa.

Si vuole ribaltare la filosofia della storia la quale affermava che le masse stessero andando verso il potere (rivoluzione, moti del 1848 e così via): le rivoluzioni non sono l'avvicinamento delle masse al potere, bensì lo strumento per il ricambio dirigenziale utilizzato dalle élite.

Tuttavia Gaetano Mosca non aderì al fascismo, pur essendo un conservatore, e anzi l'esperienza mussoliniana lo portò a moderare la teoria elitista.

Da molti, soprattutto in seguito alla mwzgseconda guerra mondiale, l'elitismo è stato criticato per una sua vicinanza ideologica ai fascismi. In realtà l'elitismo è una teoria politica mwzwdescrittiva più che prescrittiva, cioè si limita a descrivere la realtà sociale che si delinea con la presenza dell'elitismo, senza proporre una sua visione, un metodo e delle regole da seguire. È innegabile tuttavia una vicinanza di pensiero. Michels, ad esempio, ebbe molti rapporti con mwaaMussolini, esaltandolo anche in alcuni suoi scritti più tardi. Tuttavia nel secondo dopoguerra l'elitismo classico fu sommerso da critiche di vicinanza al fascismo e rinacque in una corrente più moderata negli mwaqStati Uniti.

«In tutti i sistemi politici, compresi quelli democratici, i pochi domineranno sui molti: questa è, secondo la celebre formula di Michels, la «legge ferrea dell’oligarchia». (...) Tale minoranza si costituisce in una classe politica che si ricambia essenzialmente per cooptazione. Nei sistemi politici che utilizzano il suffragio, la classe politica, secondo

Max Weber

, è prevalentemente di estrazione partitica. Come rileva Michels, non senza amarezza, persino nei partiti di sinistra – vale a dire in quei partiti che dovrebbero desiderare in maggior misura la democrazia – la logica organizzativa produce e riproduce in maniera ferrea una oligarchia, e se la democrazia politica risulta inattingibile all’interno dei

partiti

che a lei si ispirano, appare irrealistico attendersi che possa affermarsi nei sistemi politici. Ma il salto dalla mancanza di democrazia nei partiti alla mancanza di

democrazia

nei sistemi politici è, probabilmente, troppo lungo»

(Gianfranco Pasquino, Partiti, istituzioni, democrazie, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 307-308)

In effetti, "diversi partiti hanno continuato (anche dopo aver ceduto alla realtà dell’oligarchia) ad aggrapparsi ad importanti simboli della più democratica formula del mwbapartito di massa. Probabilmente è accaduto principalmente più per motivi pratici che non idealistici. Nonostante i mwbqmass media abbiano ricoperto quei ruoli che avrebbero potuto richiedere altrimenti una militanza più profonda e attiva, i partiti pigliatutto hanno avuto bisogno di un gran numero di iscritti non solo per una questione di status, ma anche per il supporto finanziario e più in generale, con le parole di Katz e Mair, come mwbgcheerleader. Tuttavia, abbandonati gli obblighi vicendevoli che legavano i partiti di massa coi loro iscritti, i partiti in generale stavano facendo un altro passo verso quello Stato naturale immaginato da Michels"cite-ref-1[1].

Elitismo democratico

A partire dagli mwdqanni venti, con la pubblicazione della seconda edizione ampliata degli mwdgElementi di scienza della politica di Mosca, la teoria della classe politica viene imponendosi per il suo valore scientifico e non per la sua connotazione ideologica: non è più una teoria destinata a circoli ultraconservatori, ma è avvicinata anche da sinceri democratici. In seguito alla seconda stesura degli mwdwElementi di scienza politica di Mosca prende via un nuovo approccio all'elitismo. Nella seconda edizione dell'opera moschiana si evidenzia come le classi politiche possano trarre alimento dalle classi inferiori: la teoria delle élite si può perciò conciliare con una visione democratica; il potere si configura cioè come mwealiberal-democratico (dal basso all'alto: classe politica allargata) e non come autocratico (dall'alto al basso).

La teoria elitista è un prodotto della mwegscienza politica italiana, come sostenuto da mwewNorberto Bobbiocite-ref-2[2]; italiani sono anche i due maggiori interpreti democratici e liberali della teoria: mwgaGuido Dorso e mwgqFilippo Burzio. Dorso sostiene che in ogni società esista un'élite e descrive quali rapporti debbano intercorrere tra classe politica e resto della popolazione. La classe politica deve essere sempre pronta ad accogliere in sé nuovi elementi, essa deve essere scelta dal basso e l'autogoverno locale deve contribuire a questa selezione. Burzio esalta il ruolo delle minoranze, le quali però, secondo lui, si devono proporre e non imporrecite-ref-3[3].

Quando si diffuse nella mwhwpolitologia internazionale, furono riuniti sotto l'etichetta di "elitisti democratici" David Truman, John Plamenatz, mwiaRobert Dahl e mwiqGiovanni Sartoricite-ref-4[4].

Neo-elitismo

Centrale rispetto alla teoria elitista è anche la figura di mwkaHarold Lasswell, il quale introduce la teoria all'interno del dibattito politologico statunitense. Egli pubblica nel 1936 mwkqChi ottiene che cosa, quando e come; in questo libro sostiene che chi studia la politica si deve occupare esclusivamente delle mwkgélite. La massa non è di nessun interesse per uno studioso della politicacite-ref-5[5]. In mwlwPotere e società egli formula una scala gerarchica delle mwmaélite: lmwmq'mwmgélite più importante è quella che detiene il potere, esiste però anche unmwmw'mwnaélite di tecnici e probabilmente, visto che il mondo si sta sviluppando tecnologicamente, essa andrà ad acquisire sempre più importanza.

Nella sociologia politica

Una nuova versione dell'elitismo si è sviluppata dal secondo dopoguerra negli Stati Uniti. Il neo-elitismo parte dal saggio di James Burnham mwoaLa rivoluzione dei manager (mwoqThe Managerial Revolution, 1941) in cui egli riprende la teoria delle mwogélite e prefigura che la futura classe al comando sarà la classe dei mwowmanager: i detentori del potere saranno coloro che hanno le capacità intellettuali per mandare avanti le industrie e non più i proprietaricite-ref-6[6]. In seguito egli scrive mwqaI neo-machiavellici (mwqqThe Machiavellians, 1943) proponendo una visione anti-mwqgstatalista.

Altri studiosi hanno invece parlato di una mwrapower élite che usa i mwrqmezzi di comunicazione di massa per affermare e mantenere il proprio potere sulla massa passiva e confusa. Uno degli studi più brillanti del neo-elitismo fu svolto nel 1953 da Floyd Hunter nella città di mwrwAtlanta. Per scoprire chi fosse realmente al potere nella città Hunter svolse un'analisi reputazionale, cioè andò a chiedere ai cittadini chi secondo loro fosse al potere. Ne emerse un quadro in cui le istituzioni locali, i posti di lavoro e le scuole facevano tutte in qualche modo riferimento a unmwsa'mwsqélite economica dominante.

Fondamentale è anche l'apporto di mwswCharles Wright Mills, il quale scrive mwtaLe élite del potere (1956), in cui muove contro l'idea degli Stati Uniti come paradiso dell'uomo comune. La società statunitense è in realtà estremamente chiusa e i poteri reali sono nelle mani di poche persone. Esistono tre mwtqélite: quella politica, quella economica e quella militare. Esse si coalizzano per impedire l'accesso al potere a persone estranee a questa cerchia. Ad esempio: la figlia di un generale sposerà il figlio di un grande industriale; da unmwtg'mwtwélite si passa quindi a un'altra (lampante è il caso di mwuaEisenhower che da generale diventa mwuqpresidente degli Stati Uniti d'America). Quindi Mills afferma che i rappresentanti della mwugélite non giustificano la loro posizione per il possesso di capacità superiori, ma solo perché si sono installati in posti istituzionali di comando, e porta come esempio la scarsa importanza assunta dagli ex presidenti statunitensicite-ref-7[7].

Per Mills l'elitismo indica inequivocabilmente il segnale di una degenerazione della democrazia, in quanto lede le garanzie istituzionali.

Questa visione è stata poi criticata da un'analisi svolta nel 1961 da mwwqRobert Dahl nella città di mwwgNew Haven, che giunse a conclusioni opposte, vicine alle tesi del mwwwpluralismo, di cui Dahl era esponente e che furono da lui declinate anche nella mwxascienza politica.

Nella scienza politica

All'elitismo democraticocite-ref-8[8] sotteso alla teoria delle moderne società "poliarchiche" (mwywRobert Dahl), è collegata anche la concezione non teleologica del potere politico: essa spiega le alternanze del ceto politico non già come dati patologici, dovuti alla "decadenza" della Costituzione, ma come elementi fisiologici in un sistema politico in cui la selezione deriva da una competizione aperta; è questo il ritratto più proprio della "democrazia dei moderni", caratterizzata dall'attrazione nella contesa politica di sempre nuovi interessi al cui soddisfacimento si candidano volta a volta nuovi soggetti politici; il voto popolare, mediante le elezioni, è la regola procedurale che decide volta a volta quale soggetto politico garantisce un più esteso fronte di interessi emergenti dalla societàcite-ref-9[9].

mw0qGiovanni Sartori conclude la diatriba teorica, affermando che una teoria della mw0gdemocrazia è davvero tale solo se ricomprende, al suo interno, sia la teoria "variamente detta competitiva, pluralista o mw0wschumpeteriana", sia la teoria classica o partecipativa o mw1arousseauviana: "ciò che la democrazia è non può essere disgiunto da ciò che la democrazia dovrebbe essere"cite-ref-10[10]. Nel suo mw2qDemocrazia e definizioni (pubblicato originariamente dal Mulino nel 1957) "Sartori riprende e rinnova una tradizione di studi che risale a Max Weber e a Joseph Schumpeter: propone una teoria del funzionamento della democrazia pluralista che tiene insieme il realismo (descrive la democrazia come essa è effettivamente, inevitabilmente controllata e influenzata da élite in competizione fra loro) e la considerazione — un elemento che era stato sottovalutato da Weber e da Schumpeter — di quella che Sartori chiama la «pressione assiologica», il peso che sugli attori esercitano i mw2gvalori democratici"cite-ref-11[11].

Note

cite-note-11. L. Bardi (a cura di), mw5qPartiti e sistemi di partito. Il "cartel party" e oltre, Bologna, Il Mulino, 2006, p. 140.
cite-note-22. N. Bobbio, mw6qMosca e la teoria della classe politica, in Saggi sulla scienza politica in Italia, Bari 1969, pp. 199-218.
cite-note-33. A partire da "quel che mw7qweberianamente è stato definito da mw7gFilippo Burzio, in mw7wPolitica demiurgica (1923), il «politeismo delle élites», (...) è d’ascendenza paretiana la considerazione che «mw8aoligarchie reggono la politica, l’economia, perfino la cultura umana; ed esse [...] sono addirittura elette, fino a quando coincidono con l’interesse della collettività, contribuiscono al benessere collettivo, adempiono, cioè, una funzione sociale». Tutto ciò accade perché «democrazia» significa che «il potere politico è nelle mani del popolo non direttamente (perché è assurdo), ma indirettamente attraverso una classe politica di governo controllata da una classe politica di opposizione selezionata attraverso la formula democratica»": mw8qSabino Cassese (a cura di), mw8gLezioni sul meridionalismo. Nord e Sud nella storia d'Italia, Bologna, mw8wIl Mulino, 2016, pp. 221-223.
cite-note-44. P. Bachrach, The Theory of Democratic Elitismmw9w : a Critique (1967), Lanham, University Press of America, 1980, p. 93.
cite-note-55. Al più, la sua rilevanza va inquadrata nella concezione dello "scambio politico", secondo la critica (immortalata da mw-wJoseph A. Schumpeter in mw-aCapitalismo, socialismo e democrazia) alla nozione mw-qrousseauviana della mw-gvolontà generale, "che annega i moventi del rapporto tra mw-wceti dirigenti e mwaqaclasse politica in un'indistinta notte nera in cui tutte le vacche sono nere": così mwaqemwaqimwaqmGiampiero Buonomo, mwaqqLa legge sulle lobbiesmwaqu mwaqy(archiviato dall'mwaqcurl originale il 22 giugno 2015)., mwaqgMondoperaio, 22 maggio 2014.
cite-note-66. Si tratta di una tesi ripresa e divulgata da mwaqwJohn Kenneth Galbraith nel suo libro mwaq0Il nuovo Stato industriale.
cite-note-77. mwareSociologia dell'economia e del lavoro, di Luciano Gallino, Utet, Torino, 1989, pag.184-185, voce "mwariélite".
cite-note-88. P. Bachrach, mwaryLa teoria dell’elitismo democratico, Napoli 1974.
cite-note-99. Così mwaroJoseph A. Schumpeter, "Un'altra dottrina della democrazia", in mwarsSocialismo, Capitalismo, Democrazia, Etas ed., p. 257. Per un commento, v. mwarwGiuliano Urbani, mwar0Schumpeter e la scienza politica, in Rivista italiana di scienza politica, 1984, 3, p. 396, secondo cui la condizione di vitalità e di sviluppo delle democrazie è «responsabilizzare al massimo il cittadino, avvicinandolo — per così dire - alla diretta comprensione delle scelte politiche e delle poste (o risorse) che queste implicitamente mettono in palio per ogni soggetto della comunità politica».
cite-note-1010. Giovanni Sartori. mwaseDemocrazia. Cosa è. Rizzoli, 1994, pp. 12-17.
cite-note-1111. mwasuAngelo Panebianco, mwasySartori, maestro della politica, mwascCorriere della Sera, 5 aprile 2017.

Bibliografia

• mwassVilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, Firenze, 1916.
• mwas0T.B. Bottomore, Élite e società, Milano, 1967.
• mwas8H.D. Lasswell, Potere, politica e personalità, Torino, 1975.
• Sean Ingham, mwatePopular Rule in mwatiSchumpeter’s Democracy, Political Studies December 2016 64: 1071-1087, first published on December 11, 2015 doi:10.1111/1467-9248.12216.
• Heinrich Best, John Higley (Editors), mwatqDemocratic Elitism: New Theoretical and Comparative Perspectives (International Studies in Sociology and Social Anthropology), 9004179399, 9789004179394 BRILL 2010.
• Giorgio Sola, mwatyLa teoria delle élite, Bologna, Il Mulino, 2000.
• Giorgio Volpe, mwatgWe, the Elite. Storia dell'elitismo negli Stati Uniti dal 1920 al 1956, Napoli, FedOA - Federico II University Press, 2019 [link: mwatkhttp://www.fedoabooks.unina.it/index.php/fedoapress/catalog/book/112]
• Claudia Mariotti, mwatsElite Theory, in Harris, P., Bitonti, A., Fleisher, C.S., Binderkrantz, A.S. (eds) mwatwThe Palgrave Encyclopedia of Interest Groups, Lobbying and Public Affairs. Palgrave Macmillan, Cham, 2020 [link: mwat0https://doi.org/10.1007/978-3-030-13895-0_67-1]

Voci correlate

• mwaumAristocrazia
• mwauuOligarchia
• mwaukPartitocrazia

Collegamenti esterni

• citerefenciclopedia-delle-scienze-socialiGiorgio Sola, Elites, teoria delle, in Enciclopedia delle scienze sociali, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1993.
• citereftreccani-teoria-delle-elites-enciclopedia-delle-scienze-socialiGiorgio Sola, Elites, teoria delle, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1993. URL consultato l'11 gennaio 2023.